#02 Teoria dell’Ingegno (versione 1.0)
Tutti possono fare tutto, ma nessuno può fare niente senza esperienza.
Credo sia l’esempio migliore per descrivere l’ingegno. Non l’idea di creare qualcosa di innovativo a tutti i costi, bensì di lavorare su un territorio che conosci profondamente e ampliarlo per renderlo un’estensione di te stesso, in una ricerca continua. Un universo in espansione.
Partire dal bagaglio delle nostre esperienze per riuscire a maturare e massimizzare tutte le conoscenze apprese negli anni. Tutto quello che hai imparato durante il tuo percorso di vita. Le esperienze vissute, i materiali utilizzati, i metodi di apprendimento, gli schemi di pensiero, il rapporto con gli altri. Perfino le emozioni che provi contribuiscono alla crescita del tuo percorso progettuale. Spesso ne fanno da pilastri portanti. L’ingegno, non serve a creare qualcosa di nuovo in senso assoluto. Al contrario. Permette di sviluppare e ampliare ciò che già possediamo, trasformandolo in un linguaggio sempre più personale.
Oggi la velocità sta inglobando ogni aspetto della vita quotidiana. Si corre anche quando nessuno ci insegue. Il messaggio che viene trasmesso, quando accendi la tv, apri un social o leggi un articolo è questo: “devi fare qualcosa di totalmente nuovo per ottenere un risultato innovativo, e sei già in ritardo.” Spesso appoggiarsi alla propria esperienza reale e a una crescita graduale sembra un meccanismo che debba essere spezzato. Spazzato via da un nuovo programma, da un nuovo dispositivo, da una nuova intelligenza artificiale. Non prendete questa affermazione come un manifesto contro il progresso. Ogni nuova invenzione si integra nella nostra quotidianità senza nemmeno darci il tempo di metabolizzarla e diventa utile solo se ne comprendiamo a pieno il suo utilizzo, non solo le potenzialità.
Attenzione, la parola ingegno e creatività tendono ad essere catalogate nella stessa cartella. Io li sento come processi separati. Potrei affermare che la creatività è ramificazione artistica dell’ingegno, anche se ormai risulta un termine talmente abusato che è difficile da afferrare nel concreto. Quindi se l’ingegno nasce dal riorganizzare la nostra esperienza, allora vale la pena fermarsi un momento per capire in che modo accoglierla.
Costruire a partire da noi.
Quando ci lanciamo in una nuova avventura, tendiamo inconsciamente a confrontare le nuove esperienze con qualcosa che ci è familiare. I saperi che abbiamo accumulato convivono su binari paralleli, pronti ad affiancarsi a ciò che stiamo imparando. L’ingegno si sviluppa nella capacità di forzare quei binari fino a farli coincidere, creando vissuti che si contaminano a vicenda. Questo tipo di collegamento è sempre presente nella vita quotidiana, anche se spesso passa in secondo piano. Basta osservare il rapporto tra mondo fisico e digitale. Molti continuano a considerarli due ecosistemi separati, eppure si influenzano concretamente, modificando il nostro modo di percepire e vivere la realtà.
Di conseguenza, quando decidiamo di sviluppare un progetto, non è obbligatorio reinventarsi da zero ogni volta. Se ci dedichiamo ad una nuova disciplina fingendo che la nostra personalità, il modo di pensare e il vissuto non incidano sul risultato finale, siamo destinati a perdere rapidamente interesse. Questo discorso non è rivolto ai giovanissimi, che stanno muovendo i primi passi scoprendo strade mai battute. È un messaggio destinato a chi sviluppa qualcosa, ma zoppica, inciampa, cade. Molla per un po’ e poi riprende. Molti oggi parlano di essere esasperati dalla vita lavorativa e desiderano mollare tutto per fare… chi lo sa. Forse qualcuno potrebbe trarre ispirazione da questo testo, provando un punto di vista che consideriamo semplice.
Proviamo a porci una domanda. Se domani mi trovassi senza lavoro e la mia vita dovesse dipendere da me stesso?
- IO CONCRETAMENTE, CHE COSA SO FARE? -
Inseguirò qualche passione che reputo allettante, coinvolgente e dove mi raccontano che si fanno i soldoni, anche se sono completamente disarmato? O mi concentrerò sulle mie reali capacità?
Immaginiamo di scrivere per la prima volta un Curriculum Vitae, da consegnare a noi stessi per assumerci. Non dobbiamo dimostrare nulla a nessuno, non serve ringiovanirci con una vecchia foto. Non abbiamo bisogno di scrivere che sappiamo usare il design thinking o il problem solving. Non serve aggiungere gli stage fatti il primo anno di tirocinio all’università per fare numero. Se ci è servita quell’esperienza oggi per formarci, lo sappiamo già.
Tutte le nostre competenze e i nostri interessi, messi su un tavolo. Capiamo quali per noi siano indispensabili. Cosa vorremmo approfondire non per una giornata, ma come pensiero destinato a durare anni. Spaventa? Assolutamente sì.
Concentriamoci anche sulle cose più inutili o astratte e iniziamo a riempire il nostro zaino da caricarci in spalla. Se un progetto è già avviato, non significa buttare via il lavoro fatto, ma deve essere uno stimolo per ragionare se abbiamo dimenticato a casa qualche strumento che ci avrebbe fatto comodo. Concentrandoci sulle nostre abilità ormai consolidate, troveremo anche le nostre mancanze. Quelle diventano il passo successivo da approfondire per esplorare terre lontane. Magari abbiamo bisogno di studiare meglio un materiale o la teoria del colore. Argomenti che davamo per scontati. Guardiamo cosa ci portiamo dietro. Lì ha senso iniziare a costruire.
Se un creativo o un designer deve sviluppare un prodotto, ipotizziamo che utilizzi uno schema funzionale come il metodo Munari. Cosa fa? Scova un’esigenza, ragiona sulla soluzione, elimina l’eccesso, studia i materiali adatti e realizza un articolo essenzialmente utile e completo, consultando professionisti esterni.
Se invece noi provassimo a fare il contrario? Costruire un nostro linguaggio che nessuno aveva richiesto. Un progetto che non risolve un problema nell’immediato.
Se ci siamo presi il nostro tempo per riflettere, emergerà quel sapere e quegli interessi che erano presenti dentro di noi a marinare. Non per forza un punto di arrivo, ma un linguaggio personale che continua ad ampliarsi, capace di suggerire collegamenti, percorsi e possibilità che prima passavano inosservati. Più li intrecciamo, meno ragioniamo per compartimenti stagni. Guadagniamo la capacità di intravedere la l’insieme, non solo i singoli passaggi. Prendiamo possesso di quella che definisco Visione tridimensionale.
Il foglio bianco non è mai veramente bianco, perché lo abbiamo già riempito.
Iniziamo ad avere una reale consapevolezza di quello che vogliamo produrre, senza continuare a sperimentare da capo, disfare e rifare. Sappiamo dove possiamo tirare e dove qualcosa cederà. Da lì iniziamo ad avere controllo, forzare il disegno, il materiale. Proviamo la sensazione che un pennello non sia solo uno strumento, ma un nuovo dito. Sentiamo la sicurezza di andare avanti e risolvere ogni problema quando si presenta, integrando di volta in volta una piccola aggiunta al nostro lavoro. Possiamo essere a corto di idee, ma possediamo le capacità pratiche per gestirle quando arriveranno.
Detta così rimane un concetto astratto. Rendiamolo concreto.
Attenzione, se delega la realizzazione totalmente ad uno strumento digitale, non avrà una conoscenza reale del cavallo. Non avrà maturato nulla per arricchire la sua personale cassetta degli attrezzi, non riuscirà un domani ad utilizzare lo strumento reale che gli serve. L’ingegno che gli permette di montare insieme il conosciuto da applicare nella composizione dell’opera.
Sembra brutale, eppure è una realtà. L’illustrazione che si vorrebbe imbastire non riesce a essere impostata, perché non si ha il controllo totale dello strumento. Oppure in sua assenza, è impossibile procedere.
Non parliamo di perdere una matita, ma di perdere tutti gli strumenti, i colori e la tela. Un artista maturo troverebbe strade alternative riagganciandosi a tutto ciò che ha imparato per ricavare un surrogato e portare a termine la sua opera.
Il punto non è il cavallo, il disegno o la tecnica utilizzata. Ognuno sviluppa questo processo in maniera diversa, costruendo una propria struttura di riferimento. Il principio è di realizzare uno scheletro di supporto che integra tutto il nostro vissuto, così da poter attivare l’ingegno. Personalmente, io lo vivo come una gigantesca mappa concettuale, in stile giallo, pieno di immagini e appunti dove non trovi mai le cose, con lo spago colorato che unisce le puntine da disegno. Però in quello schema, mi sento a mio agio. Vedo un oggetto e lo riesco a immaginare come in un quadro di Picasso. Tutte le angolazioni presenti nella stessa tavola.
Immagino che chi svolga lavori di studio e ricerca invece, lo viva come una sorta di grande archivio mentale. Un insieme di informazioni divise in cassetti ben ordinati, con immagini e testi da cui attingere a suo piacimento.
Usare correttamente l’ingegno.
Il modo migliore per identificare l’importanza dell’esperienza come motore dell’ingegno, si osserva nei lavori tecnici o specializzati, lontano dal concetto di esperienze creative o di artigianato artistico.
Sono andato con la mia compagna a comprare un paio di scarpe da corsa in un negozio professionale. Lei è autodidatta, ha iniziato a correre da sola e col tempo ha sviluppato un suo modo di correre. Chiede un modello di scarpe per pronatori. Il proprietario, quarant’anni di esperienza da maratoneta, mentre la osserva capisce subito che qualcosa non torna e le propone di eseguire il test della corsa.
Secondo lui le avevano consigliato male la scarpa. Le corregge leggermente la postura e il risultato è immediato. Solo dalla camminata aveva individuato il problema. Ci racconta come il suo lavoro sia cambiato negli anni, le modifiche manuali che faceva alle scarpe prima che esistessero modelli specifici per ogni esigenza e come la tecnologia abbia progressivamente ridotto le zone grigie.
In quel caso esperienza, passione e lavoro hanno seguito una direzione unica fino a fondersi in un linguaggio chiaro. Credo sia capitato a tutti. Rendersi conto di intuire sottotesti tra le righe, per cui chi non ha maturato tale esperienza, non è in grado di cogliere.
Invece, se proseguo con l’analisi del mio personale percorso artistico, che è nato quasi per necessità, pensieri diversi si sono scontrati prendendosi a cazzotti prima di trovare un accordo.
Quando decisi di prendermi una pausa dal teatro, mi fissai sulle maschere. Mi ero incaponito e cercavo di sviluppare una tecnica decorativa che mi rappresentasse. Sapevo di voler lavorare con la carta, ma limitavo le qualità del materiale al contesto. Una tecnica per un solo utilizzo. La mia compagna mi disse di provare con qualcosa di più piccolo per sperimentare ed approfondire, così ideai una serie di gioielli/bigiotteria artistica. Eseguendo tutti i metodi di lavorazione della carta contemporaneamente raggiunsi risultati che non credevo possibili. Il teatro però continuava a tornare ciclicamente in tutte le mie opere e con il tempo, la tecnica decorativa si rivelò da sola prendendo ispirazione dai gioielli e trovando un suo equilibrio all’interno della maschera. Ho impiegato tre anni per raggiungere l’obiettivo che avevo abbozzato. Purtroppo non avevo ancora le capacità per vedere la linea di traguardo.
Mi rendo conto però, che se avessi deciso di provare a lavorare su un materiale diverso come la stoffa, che mi piace per le decorazioni tessili, ma non mi rappresenta, avrei rinunciato dopo due settimane. Sento la stoffa viscida. Mi scivola tra le mani. Non riesco a tagliarla, non riesco a cucirla, non riesco a piegare una tovaglia dritta. Quando devo ritirare i panni o un vestito, quei modelli strani, faccio una bella palla, la nascondo in mezzo agli abiti piegati e spero di non ricevere una sgridata.
Sarebbe stato impensabile incanalare le mie energie in quella direzione solo per fare serie su serie di tentativi fallimentari, tanto per provare, come se un poltronaro avesse deciso di correre a freddo una maratona, per restare in tema.
Oggi sento non solo di aver definito i miei confini, ma anche quanto mi sento a disagio quando il piede scavalla quella linea invisibile. La consapevolezza aumenta quando curioso dentro il viaggio di altri valorosi artigian3 che si cimentano nell’uso della carta per delineare il loro campo da gioco.
Ad esempio designer o architett3, ognuno dei quali ha inserito delle caratteristiche peculiari all’interno dei prodotti, così distanti dalla mia persona che mai riuscirei a identificarmici. Hanno applicato il loro ingegno per costruire modelli con colori puri, forme semplici valorizzate nella costruzione. Accessori con utilità pratiche e non solo decorative. Per quanto io abbia le capacità tecniche per replicare alcuni dei loro prodotti, non sarei mai riuscito ad arrivare allo stesso risultato di mia iniziativa. Non avrei avuto il percorso formativo per imbastire quella visione, né l’interesse o la pazienza per avventurarmici.
Capita spesso che, anziché utilizzare il proprio ingegno per creare un linguaggio personale, ci si limiti a copiare i risultati altrui, saltando a piè pari il percorso che porta alla realizzazione del prototipo. Va bene come fase iniziale, ma spesso finisce con il bloccare la crescita del progetto. Fatica ad evolvere e ampliarsi perché la personalità di partenza non era la nostra, non troviamo soluzioni o idee che vanno a pari passo con la tecnica o i materiali che ci rappresentano davvero. Finiamo a vivere il progetto di qualcun altro.
Conclusioni
Questa teoria è nata ad uso personale. Gli ho dato forma mentre cresceva e scoprivo nuovi aspetti del mio progetto. Non è da interpretare come una verità assoluta, direi piuttosto come una bozza grezza, tale e quale ai disegni che accompagnano i miei articoli. Una struttura destinata a essere rimaneggiata, ampliata e riassemblata con il tempo. Ad oggi la sintetizzerei così: l’ingegno è la capacità di ambientarsi utilizzando ciò che già possediamo, dando vita a un linguaggio nuovo.
Trascrivendola, mi rendo conto che affronto sempre i problemi tendendo a ribaltare i preconcetti e le strutture imposte da altri, circuiti chiusi che non mi appartengono. Un modo diverso per vedere realtà semplici che ci raccontano in maniera complicata.
Si sente spesso dire: “La fai sempre troppo facile”.
No, non sempre.
Gavette, difficoltà personali, la voglia alcuni giorni assente, passioni ammazzate, drammi vissuti, rabbia, invidia, momenti di depressione che si alternano a sprazzi di felicità. Libri letti, manuali consumati, idee obsolete, nuove tecnologie che spaventano perché non le sai usare, la gioia di realizzare qualcosa di nuovo, capire dopo sei mesi cosa sbagliavi, guadagnare un follower per un commento onesto.
Impariamo dagli errori. E quando succede, le nuove difficoltà iniziano a diventare più facili da gestire.
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