#03 Come definiamo se un prodotto è davvero artigianale?
Una delle domande che mi viene fatta più spesso alla bancarella è la seguente:
“Ma li fai tu?”
Quello che per alcune persone è un disegno chiaro, ossia una sequenza logica di insiemi: bancarella, prodotto artigianale, artigiano ( o una qualunque definizione in cui ti riconosci: OPI, maker, marketer, etc. ), viene invece interpretato dalla maggior parte degli osservatori, come un prodotto preconfezionato.
La domanda che ci viene spontanea diventa:
Il prodotto che sto guardando è davvero artigianale, ossia realizzato a mano? E come è possibile stabilirlo con certezza?
Perché se la definizione di artigianato è complessa, capire quanto un oggetto sia effettivamente artigianale diventa un problema ancora più difficile. È un dilemma per chi osserva da fuori, ma è un dilemma anche per chi vive questo mondo dall’interno. Da parte della persona che passa, ci si chiede: come faccio a essere sicuro che al prodotto sul tavolo non sia stato aggiunto solamente il cartellino del prezzo?
Il motivo è semplice. Non esiste una tabella come per le valutazioni, un qualcosa che definisca in quale percentuale un oggetto sia artigianale. Al dieci, al trenta, all’ottanta percento? Non c’è un parametro condiviso o una misura ufficiale. Anche parlando con altri artigiani, maker o produttori indipendenti si scopre rapidamente che ognuno possiede una propria idea di concetto di artigianato.
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La sensazione che si prova quando ti viene chiesto - Ma li fai tu? - |
Analisi sul controllo.
Partiamo dal presupposto che nessuno crea veramente da zero.
Non ci aspettiamo che il falegname vada personalmente ad abbattere un albero, che il sarto si spezzi la schiena nel campo per raccogliere il cotone o l’orafo si svegli al mattino, si metta il caschetto con la lucina in testa e scenda in miniera a cercare l’oro col piccone. Tendenzialmente partiamo da un materiale che è già stato lavorato da qualcun altro, servito nella sua forma e misura più adatta per permetterci di eseguire con cura il nostro lavoro. Quello di realizzare un’opera o un oggetto.
La prima differenza consiste tra il lavorare il materiale nella sua forma grezza o raffinata. Decidere cosa farne. Il falegname deve realizzare le gambe di un mobile. Può comprare la tavola e ricavare da quella i propri listelli, valutando come tagliarli, come rifinirli e quali parti utilizzare. Dall’altro lato potrebbe acquistare listelli già pronti, piallati e segati a misura. Non è che una delle due soluzioni sia moralmente superiore all’altra, la differenza sta nel controllo sul risultato finale.
Chi parte da un materiale grezzo può gestire ogni aspetto della tavola, può correggere difetti e adattare il legno alle proprie esigenze. Nella seconda ipotesi, può ritrovarsi un listello imbarcato, accorgersi che il materiale è stato conservato male o trovare un nodo dove il legno riceverà più pressione. Si trova costretto a perdere tempo per correggere errori che qualcun altro doveva già aver eliminato a monte. In parte, è costretto ad adattarsi al lavoro già effettuato da altri.
Il problema nasce quando diventa complesso capire quali siano davvero i passaggi della lavorazione effettuata da un artigiano.
Conosco un ragazzo che lavora pietre dure partendo dal blocco trovato in natura. Taglia, definisce la forma, leviga e monta le pietre su telai in ottone realizzati in maniera autonoma. Dall’esterno, per un occhio superficiale, quella pietra può sembrare identica ad una già acquistata pronta da un fornitore.
La prima difficoltà che emerge: posso distinguere l’oggetto prodotto manualmente in autonomia da uno realizzato con metodo industriale? Se chi lavora con le mani è in grado di comprendere e visualizzare l’intero processo, il cliente spesso vede solo il risultato finale, trovando difficoltà nel restituire al manufatto il giusto valore.
Analisi sull’assemblaggio.
Affrontiamo il panorama dell’assemblaggio.
Immaginiamo una persona che compra perline, pietre già tagliate e componenti metallici pronti per realizzare un monile. Sta creando un prodotto artigianale?
Crea una struttura per imbastire i singoli elementi. Il suo lavoro è pratico, fatto a mano. Ma la domanda corretta è capire dove si trovi il cuore del lavoro. Nei nodi? Nella selezione del materiale? Nella composizione della forma? Questo è un punto dove nasce un dubbio esistenziale impossibile da ignorare per chi realizza ogni modello partendo da zero o dai singoli materiali. I nodi, che sono la maggior parte del lavoro effettuato sono la dimostrazione di un lavoro artigianale, ma sono la portata principale oppure il contorno?
Se tutti i pezzi identitari che rappresentano il modello sono acquistati e l’intervento artigiano consiste nel montarli, qualcosa si spezza. Non significa che il lavoro scompaia o abbia meno valore, ma cambia la sua natura. Cambia il luogo in cui si concentra il valore.
Si cerca di far luce sul dubbio che separa fasce intere di ingegnosi. Quella che chiamo ironicamente, Percentuale di Artigianalità. Se il mio manufatto non può vivere senza un insieme di elementi già acquistati e predisposti nella forma finale, posso definire davvero il prodotto artigianale? Che tipo di controllo ho davvero sul modello?
Da fuori il cliente non lo vede, ma la battaglia morale e personale tra gli artigiani è sempre un acceso dibattito. Ipotizziamo che un Bigiottiére crei un elemento decorativo in ottone dalla lamina per poi montarlo come collana con la tecnica del Macramè. L’annodatrice invece acquista un pezzo similare ed esegue solo l’intreccio. La tecnica di assemblaggio, che in questo caso è un’arte antica ben definita, viene eseguita da entrambi. Eppure il prezzo finale che appare sul banco ha un peso diverso. Il Bigiottiére avrà un costo molto maggiore sul singolo pezzo, avendo applicato una lavorazione più un assemblaggio, per proteggere l’anima del suo prodotto originale.
Seconda difficoltà: Vale la pena dedicare maggiore attenzione all’originalità su prodotti che potrebbero essere eseguiti solo con l’assemblaggio, se il cliente non percepisce la differenza?
Analisi sull’unicità del pezzo.
Lo stesso problema si presenta quando compaiono macchinari che sostituiscono gran parte del lavoro manuale. Da una parte c’è chi sostiene che una macchina elimini automaticamente l’artigianato, dall’altra chi considera artigianale qualsiasi cosa purché esista una persona dietro al processo. Personalmente faccio fatica a condividere entrambe le posizioni. Non avrebbe senso pretendere che un falegname continui a usare un trapano a mano dopo l’invenzione dell’avvitatore. D’altro canto, un macchinario a controllo numerico, esegue quasi in toto il lavoro fisico, lasciando all’uomo solo l’atto della progettazione e l’impostazione del macchinario.
Apriamo quindi un discorso completamente diverso. Il problema non risiede nella macchina. Il problema è capire quanto quella macchina decreti la singolarità dell’oggetto.
Se un falegname costruisce un mobile utilizzando strumenti moderni continuo a vedere un lavoro artigianale. Se però lo stesso falegname produce centocinquanta spille identiche tramite taglio laser, per me stiamo entrando in un’altra categoria. Non perché abbia meno valore, ma perché il centro del lavoro anche in questo caso, si è spostato. Diventa un progetto di design. Piccola produzione. Produzione indipendente. Tiratura limitata. Ottengo tanti pezzi identici. Sono tutte definizioni corrette e non devono essere vissute come una svalutazione, ma spostate di categoria.
Lo stesso discorso vale per una persona che rende poster le proprie illustrazioni o realizza la stampa su magliette. C’è progettazione, c’è competenza, c’è lavoro, ma il centro del valore non si trova più nella trasformazione della materia. Si trova nella progettazione eseguita per creare una replicabilità.
Terza difficoltà: Se ogni manufatto artigianale presenta la peculiarità dell’essere unico, ha senso produrlo con una serialità millimetrica?
Analisi del prodotto finito.
Se definiamo tutte queste categorie di prodotti come artigianali, senza distinguere tra persone che stanno facendo mestieri o lavorazioni che si appoggiano solo su elementi precostruiti oppure illustrazioni originali che sono diventate una serie di stampe di design, nel momento in cui si trovano nello stesso mercato o nella stessa vetrina, il valore di ogni prodotto si annulla a vicenda entrando in competizione.
Per chi realizza, si vive quella sensazione che fa strano. Chi produce ogni pezzo manualmente si ritrova a competere con chi lavora attraverso processi molto più efficienti. È un po’ come mettere nello stesso campo una persona con una zappa e una con un escavatore. Non c’è niente di male nell’escavatore. Il problema è fingere o decretare che stiano facendo la stessa cosa, con gli stessi tempi.
Sulla stessa categoria di prodotti, l’artigiano che possiede un maggiore controllo sulla lavorazione viene sottomesso da chi esegue solo gli ultimi passaggi. Chi esegue solo gli ultimi passaggi e lascia l’identità del proprio prodotto alle mani di terzi, stravolge il concetto di un prodotto unico per favorire il prezzo. Il risultato è la dispersione di credibilità per l’intera categoria, visto che se un cliente è in difficoltà a cogliere le differenze, comprende solo il numerino del prezzo.
Il più delle volte una persona non educata all’artigianato, è ignara del lavoro a monte. Ma non è nemmeno colpa sua. Se non ha mai dedicato tempo alla scoperta dei prodotti artigianali non avrà nessuno motivo per non confrontarlo con un prodotto industriale prodotto dall’altra parte del mondo.
Quarta difficoltà: Come mi distinguo e dimostro chi sono e cosa faccio?
La verità è che bisognerebbe trovare un compromesso tra artigiani, artisti e creativi, etichettando nella maniera corretta la propria produzione, per non confondere chi abbiamo davanti. La terminologia adatta spesso migliora la resa, la percezione del prodotto e l’affinità con il cliente, per non interferire negativamente in un mercato saturo e pieno di sfaccettature.
Conclusione.
L’errore più comune è pensare che un prodotto sia artigianale oppure non lo sia, come se esistesse un confine netto. Abbiamo visto che esistono processi molto diversi tra loro, che attribuiscono all’artigiano maggiore o minore controllo sulla materia, sulla forma e soprattutto sull’identità dell’oggetto.
Per questo motivo la domanda che ci poniamo all’inizio dell’articolo, come possiamo valutare se un prodotto è davvero artigianale?, rischia di estrometterci dal valore profondo della lavorazione. Una domanda più affine, che ci potrebbe permettere di avere un confronto e ricercare quella percentuale di artigianalità, potrebbe essere: Quanto di questo prodotto dipende davvero dal lavoro di chi se ne dichiara l’autore?
La risposta non serve a stilare classifiche morali né a stabilire chi lavori meglio. Serve a comprendere che non tutti i processi sono equivalenti e che trattarli come tali rischia di rendere inspiegabile ciò che definisce un manufatto unico.
Occorre comprendere che il compito di chi crea non consiste nel convincere il pubblico che il proprio lavoro valga di più per partito preso, ma rendere leggibile il linguaggio che ha utilizzato per definirsi. Di conseguenza, non scaricare sul cliente la responsabilità del diventare un esperto, ma aiutarlo ad avere gli strumenti per ascoltare un racconto, così da poter definire in autonomia il valore da attribuirgli.
Attenzione. La percentuale di artigianalità non è da intendersi come chi ha lavorato di più, più duramente o è degno di un titolo. Esistono migliaia di mestieri con competenze elevatissime pur intervenendo in una sola fase del processo di una lavorazione complessa. Quello che spesso si cerca di identificare, è quale sia la traccia che il singolo lascia sull’oggetto finale.
Perché se in fondo ogni oggetto racconta una storia, voglio sapere se chi la espone è il protagonista, l’interprete o il menestrello.
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