Priscilla, la regina dei controviali

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Nel primo articolo che ti propongo, ti racconterò come è nata Priscilla, la mia Boutique itinerante. L'insieme di idee che hanno contribuito alla progettazione. Ripreso dal diario di viaggio di Maggio.


La prima Domenica di Maggio, in mattinata verso le 09:00, se ti trovavi davanti alla stazione di Porta Nuova, avrai visto passare una bicicletta con una piccola roulotte di legno a seguito. Scorrevamo spavaldi tra i binari del tram occupando l’intera corsia.


 Questa settimana Priscilla ed io abbiamo fatto il nostro record su distanza, sette chilometri e mezzo tra andata e ritorno. Tragitti su strada asfaltata, san pietrini malmessi e lastricati scassati i cui lastroni creano dislivelli da farti saltare l’anima in gola. Priscilla ha affrontato il viaggio con fierezza, non cedendo a scossoni o urti indesiderati. Siamo andati per la prima volta al Market di San Salvario Emporium, abbiamo fatto girare la testa a tutti i colleghi artigiani che sbavano sempre al passaggio della sua culatta e ci siamo goduti una piacevole giornata.

Se sei torinese e bazzichi per il centro, potrebbe esserti capitato almeno una volta di vedermi in bicicletta, mentre mi trascino appresso quel carretto cigolante. Lo riconosci. E’ diverso dagli altri, visto che è composto da una grande cassonato di bancali, più alto rispetto allo standard dei carrellini che vedi in giro. Quando lo incroci, ti allarmi, come se ti stesse venendo addosso un tir con rimorchio.

Ebbene, questo capolavoro dell’ingegneria contemporanea è stata battezzata Priscilla. Questa settimana, dato che l’ho messa sotto sforzo ed è sempre oggetto di fascino per grandi e piccini, ho deciso di dedicarla a lei.

Viaggia con me da un anno e mezzo, ma non ero mai riuscito a trovarle un nome valido. Questo perché Priscilla nasce come carretto e si trasforma in una bancarella tutta agghindata, cambiando completamente look. Poi poco tempo fa, stavo ripensando al film Priscilla, la regina del deserto e ho avuto l’illuminazione.

Priscilla, che nel film è l’autobus che trasporta le tre protagoniste, è l’essenza stessa del mezzo di trasporto. Il mio carretto, la vedo proprio come una drag queen, da uomo rude con le dita sporche di grasso ad adorabile fanciulla ricoperta di brillocchi. Irriconoscibile al primo sguardo quando la vedi per strada, in una forma o nell’altra.

Senza di lei non sarei mai riuscito a dare uno sprint al mio progetto, mi sarei arenato al primo mese, rinunciando rapidamente per mancanza di fondi, condizioni scomode, dedicandomi ad un online che mi avrebbe isolato.


Com’è nata Priscilla


Al primo evento a cui ho partecipato, ero partito con la struttura classica cui ogni hobbista è abituato. Mi ero fatto prestare tavoli pieghevoli e un gazebo, avevo realizzato dei piccoli espositori. Avevo messo tutto in scatoloni e preparato un sacco di elementi decorativi. Nell’arco di una giornata mi ero reso conto che non mi sentivo rappresentato da quello spazio, essendo abituato al teatro, mi pareva troppo lento e complesso. Non riuscivo a sentirlo come qualcosa da dire “va bene, lo faccio tutti i giorni”.

Rimasi rapito dall’idea di riversare le mie capacità di scenografo dentro quello quadrato da 3x3, decisi così di creare un tavolo che ricordasse un palco e dei mobili smontabili di contorno. Volevo costruire il mio teatro, riciclando qua e là quello che avrei trovato tra gli oggetti d’antiquariato.

Ai tempi facevo giusto qualche piccolo evento in provincia. Non sentivo di aver raggiunto dei risultati concreti con i modelli, stavo sperimentando, per cui per un’apparizione una tantum, quella impostazione mi piaceva molto.

Sino al giorno in cui vidi la grande strategia contadina dell’uomo dei porri.

Fine giornata ad una fiera del tartufo, eravamo bloccati in una via dritta per dritta. La fortuna ci aveva assistito posizionandoci come ultimo banco e quindi primi a poter smontare. Ci passarono a fianco i ragazzi del contadino che vendeva i porri, trasportando con due carrellini le cassette vuote della giornata. Avevano portato via tutto su ruote con due avanti e indietro. Finirono prima di noi, riuscendo a passare per le strade laterali. Reduce da un’altra esperienza estrema, bloccato nel traffico delle bancarelle che smontavano e caricandomi a forza il gazebo in spalla per uscire il prima possibile, venni folgorato dall’idea di un banco con le ruote.

Mi chiesi, e se fossimo stati noi quelli che se ne andavano in quindici minuti, passando in mezzo a tutti col sorrisetto soddisfatto?

Un po’ per orgoglio, un po’ per incaponimento, decisi di cominciare a progettare. Pensai al modello più semplice ed economico, una struttura che si potesse smontare per entrare in macchina, che potesse essere trasportata agilmente per le strade di Torino, su cui ero restio a partecipare agli eventi per problemi organizzativi. Più progettavo e più mi rendevo conto, anche in base alle esperienze vissute, di quanto fossero inutili tutte quelle apparenti comodità a cui siamo abituati.

Gazebo. Inutile. In caso di pioggia, aspettarsi pubblico è da considerare un’ipotesi ottimista. Tre metri, troppi da controllare con solo due occhi. L’arco visivo umano riesce a coprirne meglio due lineari. Le persone guardano solo poche cose alla volta. Chi in alto, chi in basso. Quindi due livelli di altezze su due piani diversi. Scatole con già dentro tutto, avrebbero evitato di portare peso extra. Tutto ciò che era ingombrante andava eliminato. Mezzo di movimento più rapido ed economico per coprire medie distanze? La bicicletta, che già usavo per muovermi su Torino. La soluzione era sempre stata lì. Nessun parcheggio, nessun problema con la ZTL. Libertà totale.

Quando raccontai a casa l’idea di girare per Torino con un carretto al seguito, pensavano scherzassi. Andava contro la logica con cui si immagina la crescita: anziché aggiungere, allargare, accumulare, io volevo togliere. Ciò che gli altri vedevano come comodità, per me erano pesi da eliminare destinati a creare una dipendenza continua. L’unica persona che mi prese sul serio fu mia madre, conoscendo la mia testardaggine. Sapeva che avrebbe vissuto ogni mia uscita con l’ansia di vedermi investito, in prima pagina sulle testate dei giornali.

Questa soluzione, nella mia testa, non era solo un modo per partecipare, ma una possibilità concreta di avviare il progetto. Con meno spese iniziali aumentavano i margini di manovra e migliorava il prezzo finale. Inoltre, mi permetteva di mostrare subito le mie capacità, non solo nel prodotto, ma anche nell’esposizione.

L’idea era di realizzare tutto con materiali di riciclo, come già avevo fatto con altri mobili. Mi regalai un carretto per la bici e cominciai a costruire quella che sarebbe stata Priscilla. Mi misi a tagliare vecchi bancali, ed ad affrontare la realtà che su piccoli mezzi artigianali bisognava inventare soluzioni alternative per abbinare i vari pezzi, affinché potessero essere girati sia da una parte che dall’altra durante il montaggio.

Impiegai mesi, dividendo le varie fasi del lavoro, cercando di abbinare le scatole in maniera tale da poterle inserire nella struttura interna al millimetro. Recuperai il portapane che è diventato la mia cassetta dei packaging e smontai una sedia d’epoca per creare le gambe del tavolato laterale. Riciclando alcune parti del vecchio banco. Dipinsi la struttura in cantina per darle carattere, con l’idea che avrebbe guadagnato fascino nel tempo perdendo colore in maniera naturale.

Mentre lavoravo mi resi conto dei difetti che non avevo considerato da principio. Andai un po’ a braccio, aggiunsi tiranti per stabilizzarla ed evitare impatti accidentali con le ruote. Aggiunsi uno sportello per ritirare lo zaino, visto che l’unica apertura era il tappo della cassa portante. Ancora adesso, quando faccio la revisione, una volta ogni due mesi, ritiro e assesto qualcosa. Miglioro dove serve, elimino l’eccesso.

E’ il progetto più divertente e gratificante che ho mai realizzato. Mi ricordo ancora la paura delle prime giornate, portando Priscilla in strada, con Eleonora che mi seguiva in bicicletta per controllare che non perdessi i pezzi. Avevo attacchi di panico ad ogni singola buca e cigolio, a cui si aggiungeva quel particolare senso di vergogna nel fare qualcosa di alternativo.

Priscilla, doveva essere una dimostrazione, per me stesso, che le cose si potevano fare. Siamo abituati a lamentarci che è sempre tutto troppo complicato, impossibile, che ci serve di più. Io ho deciso di togliere, di rinunciare. Basta ingegnarsi e andare dalla parte opposta, fare un passo indietro, ragionare come se non si avesse nulla per trovare la soluzione più efficace e adatta alle nostre esigenze.


Conclusioni finali


Per ironia della sorte, Priscilla, la mia Boutique itinerante, viene molto più apprezzata dai colleghi che dai clienti. Tutti quanti quando mi vedono arrivare adorano la soluzione, amano la velocità di montaggio e smontaggio, invidiano i bassi consumi. Si rendono conto che è un mezzo molto versatile. Se ne innamorano, come me ne sono innamorato io realizzandola.

E’ un po’ scorbutica a volte, soprattutto durante i viaggi. Se si carica male un singolo elemento non riesco a chiudere il coperchio, scula a destra e sinistra durante il viaggio. Non ho mai osato più di tanto staccare entrambe le mani dal manubrio per paura di ribaltarmi. Tende a essere capricciosa in curva, bisogna andare piano, meglio avere sempre entrambe le ruote ancorate a terra che vederla viaggiare in bilico per fare le derapate. Se trovi una salita, torni a casa marcio, però puoi evitare di pagare un abbonamento in palestra, tanto sai che ti farà sudare lei nel week end.

D’altro canto quando siamo fermi, si apre e diventa una bellissima bancarella, piccola e luminosa, stabile e docile. Qui nasce l’ambiguità. Tra le persone che passano, sono pochi quelli che la inquadrano veramente, che si rendono conto del suo ruolo, della sua professionalità. Viene vista come un tavolo con le gambe. Rimane in qualche modo in ombra. Le persone tendono a concentrarsi su ciò che trasporta e meno su di lei, che in parte è l’anima del mio progetto.

Era pensata come soluzione ecologica, sperimentale, con un stile retrò. Con lo scopo di farti entrate nel contesto, qui è tutto artigianale. E’ strano come tutto diventa invisibile, quando si è in mezzo alla strada.

Credevo che le persone vedendomi passare, con la sua bella scritta FUORIEPOCA, si sarebbero incuriosite, avrebbero fatto video e sarebbero andate a cercare risposte su instagram. All’inizio creavo i post con #uomocolcarretto per aiutare tutti a trovarmi. Invece nulla. Sarò io che non ho mai capito come costruire nel reale ciò che viene tanto apprezzato online. Chi lo sa, magari un giorno, a furia di vedermi in giro e aiutato dal passaparola, la gente distratta la apprezzerà davvero, come me.

Immagino un futuro in cui tormentati dai rincari benzina, ogni piccolo artigiano si muove con mezzi di fantasia. Bauli su ruote, valigie cassonate e bici cargo sportive. Ognuno con la propria incredibile Priscilla.


Non solo un viaggio nei ricordi, ma una presentazione e un modo per progettare con uno sguardo nuovo.

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Stefano.

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